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Il DJing, una cosa seria | DJ Mag Italia

Il DJing, una cosa seria | DJ Mag Italia


La puntata di Matrix del 3 maggio intitolata “I giovani e lo sballo 4″ è stato l’ennesimo degli schiaffi che il clubbing e il DJing hanno incassato dai media.
Prevedibilmente hanno tenuto banco una serie di banalità trite e ritrite, i soliti concetti perbenisti e le improbabili proposte di chi non ha un briciolo di conoscenza in materia. Ancora una volta l’italiano medio ha potuto annuire soddisfatto, rafforzando schemi mentali sul mondo della notte ormai logorati dal tempo.
Il giorno seguente ho scritto alla redazione del programma esprimendo il mio dissenso per quanto delineato con troppa faciloneria di fronte a milioni di telespettatori. Che certi giornalisti si sentano quasi in dovere di puntare il dito contro il mondo delle discoteche non è una novità, nel Bel Paese è ormai consuetudine da circa vent’anni, ma a lasciarmi basito sono stati gli interventi del DJ Aniceto. Lungi da me offendere qualcuno, ma ritengo che in occasioni di tale portata mediatica debbano essere interpellati rappresentanti della categoria ben più adeguati, perlomeno capaci di dimostrare cultura e preparazione in materia.
E’ assai poco probabile che la gente comune possa prendere sul serio la categoria del DJ e il mondo del clubbing se il personaggio che in quel momento diviene simbolo del movimento fa leva su uno slogan come “bevete più latte”. Viviamo in un Paese in cui le attività di tipo artistico sono poste perlopiù alla stregua del livello hobbistico. “Che lavoro fai”? chiedono. “Il DJ” (ma lo stesso vale per un pittore, uno scultore o un artista più in generale), ed allora puntuale arriva la classica risposta: “Si, ma di lavoro VERO cosa fai?”.
Per molti l’idea del lavoro misurato attraverso la quantità di sudore grondante dalla fronte è un concetto ancora in auge, e difatti al DJ si attribuisce spesso un ruolo passatempistico, con nulla in più rispetto a quelle attività svolte per qualche ora nel weekend al fine di arrotondare la paga mensile. Una cosa deprimente per chi, invece, al DJing ha dedicato una vita intera, con passione e devozione pari a quella con cui si approccia ad altre professioni.
Un’altra usanza nostrana è quella di ritenere il DJ incapace di andare oltre la mera riproduzione di musica su richiesta. Ciò produce tonnellate di corbellerie che finiscono con l’appioppare a chi fa il disc jockey il ruolo indecoroso di “jukebox umano”.
Detto ciò, ecco perché credo che Alessio Vinci, quella sera del 3 maggio, abbia contribuito, forse involontariamente, nell’affibbiare al DJing leggerezza e superficialità, dando la possibilità di esprimere concetti a chi ha ulteriormente appesantito la poca credibilità di un mestiere per molti non ritenuto ancora tale. Terry Hunter, in un’intervista rilasciata a DJ Mag nel 1994, disse: “La musica elettronica dovrebbe essere considerata importante per il feeling che sa comunicare, non come qualcosa necessaria per prendere droghe e mandare fuori di testa. La musica, fondamentalmente, è amore”. Da un DJ interpellato per dire la sua ci si aspetta qualcosa del genere, non prosaiche affermazioni come quella classica che connette alla Techno il consumo di droga ed irresponsabilità giovanile.
E’ inconcepibile, per chi si professa DJ e viene addirittura accreditato come “esperto”, parlare sommariamente del Rave come “l’eccesso più completo, dove non c’è nulla di legale e dove i ragazzi vanno perché trovano ogni tipo di droga per sfasciarsi il cervello fino all’inverosimile”,senza neanche un minimo accenno a quel Rave nato a Berlino nel 1989 come ribellione ad un sistema politico ormai traballante su cui s’innestò una sottocultura giovanile esplosa nel decennio successivo. Era doveroso spendere due parole per chi, il Rave, l’ha vissuto nel suo animo più vero e sentito, e forse avrebbe fatto capire a tanti che il DJ non è solo quello con la cuffia in testa.
Ancor più ridicolo, poi, è sentire il presunto “esperto della notte” esaltare il latte perché di un colore puro come il bianco, ignorando sbadatamente che anche certa droga sia bianca. Una celebre pellicola di Kubrick iniziava con la banda dei Drughi seduti al Korova Milk Bar a sorseggiare latte (!) addizionato con mescalina ed altre sostanze. A questo punto val la pena far presente che il violento Alex, che nel 1971 diede il volto ad una società giovanile già afflitta da certi problemi, non ascoltava nè House e nè Techno, ma la musica classica di Beethoven.
Che il disagio generazionale, allora, centri poco con la Rave culture?

Giosuè Impellizzeri

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